Fare l’Europa contro la Bce

A chi ancora pensasse che le divisioni ideologiche siano vecchia abitudine della sinistra massimalista e che la lotta di classe sia un ricordo lontano, suggerisco la lettura dell’editoriale di Piero Ostellino, la «solita merda», come direbbe Marx. Con l’arroganza che lo contraddistingue, il grande sostenitore della «società aperta», si avventa contro il nuovo Presidente francese, chiarendo che la sua ostilità al rigore non è altro che la riproposizione delle formule stataliste e dirigiste del socialismo reale. A volte mi chiedo se Ostellino creda ad una sola delle parole che scrive, ma forse no, il problema per lui è l’Ideologia, e l’Ideologia è una sola: il neoliberalismo di matrice americana, quello che da von Hayek (esiliato) è passato per Friedman e per i teorici dello Stato minimo (penso a Nozick, ma non solo). Controcanto alla polemica anti-Hollande, infatti, sono le parole poco gentili nei confronti dell’«economia sociale di mercato», quella formula che definisce un modello economico e giuridico che molti nel Pd ritengano sia di sinistra e che, invece, come ci ha insegnato più di trent’anni fa Foucault, qualifica il neoliberalismo di matrice tedesca, quello elaborato tra gli anni ’20 e ’30 e sperimentato, a partire dal 1948, nella Repubblica federale. Cose che il Pd non sa, ma che Monti, oltre a Ostellino, conosce molto bene.

Hollande è il nemico! Lo è per l’Economist, che lo ritiene «alquanto pericoloso», perché ha in testa l’idea di creare una «società più equa», lo è per il Corriere della sera, che non smette di pungolare Monti, perché sembra troppo tedesco e poco americano.

Hollande è un eroe! Alcuni tra i maggiori statisti europei, quelli che l’Europa così com’è l’hanno costruita, oggi vedono in Hollande la grande speranza. Da Amato ad Attali, da Prodi a Bonino, in molti uniscono le penne per rilanciare, con toni quasi disperati, il federalismo europeo, i project bond, il rafforzamento delle funzioni della Banca Europea degli Investimenti, la tassazione delle transazione finanziarie, la revisione del Fiscal Compact. Hollande è il salvatore anche per Krugman che comincia a manifestare un certo scetticismo rispetto all’utilità della moneta unica (l’insistenza sul successo islandese ne è prova evidente). Anche Bersani e D’Alema brindano per Hollande, per lo meno c’è qualcuno che al loro posto può contrastare le politiche di austerity, le stesse che loro continuano a votare e sostenere da mesi in Italia. Capitani coraggiosi, come sempre.

Qual’è la percezione comune dei “tifosi” di Hollande? Che l’euro e l’Europa siano sull’orlo del baratro e che il maggiore avversario dell’euro in questo momento non siano solo gli hedge fund americani, che semmai, nel farsi i cazzi loro (come si dice a Roma), si preoccupano di indebolire la moneta unica, ma «innanzi tutto e per lo più» Merkel e i cristiano-democratici tedeschi. Risulta evidente a tutti ormai, anche ad economisti prudenti come Ruffolo, che le politiche pro-cicliche imposte dalla Bundesbankhanno come unico obiettivo quello di fare in pezzi l’Europa, dopo aver portato a termine un esteso processo di saccheggio dei beni comuni e dei servizi pubblici dei Paesi dell’Europa mediterranea. Diverte il fatto che un’intuizione che fino a poco tempo fa veniva avanzata dal nostro Christian Marazzi, oggi sia evidenza per tutti, anche per coloro che hanno pensato che con Monti, il più tedesco tra gli americani d’Italia, si potesse tenere assieme l’interesse obamiano con quello neoliberale tedesco. Tutto falso, e per quanto Monti si sbracci a cantare assieme alla Merkel le lodi del Fiscal Compact, la reazioni di Shaeuble alla crisi di governabilità post-elettorale in Grecia e della Cancelliera all’elezione di Hollande sono inequivocabili: la Germania non cambia idea, con Schröder festeggia l’incoronamento di Putin e, con oltre 200 imprese nel solo Guangdong, l’amicizia economica e commerciale con la Cina, assieme agli altri paesi del BRICS, vera alternativa di mercato per l’esportazione crucca.

In questo quadro, che tende a radicalizzarsi, elezione dopo elezione, il problema principale non sono le destre neo-naziste. Certo, i populismi xenofobi e regressivi spaventano, ma considerando l’offensiva neoliberale e l’immobilismo socialista e riformista, i neo-nazisti sono pochi, fortunatamente. Mi chiedo perché un giovane precario, con pochi studi alle spalle, che vive in banlieue o in una cittadina di provincia, in Francia, Spagna, Italia o Grecia, di fronte all’arroganza dei mercati finanziari, l’inconsistenza della sinistra e la vergognosa paralisi sindacale, non dovrebbe diventare nazista. Le condizioni materiali ci sono tutte e sono fin troppe. Nonostante tutto, invece, si afferma un voto europeista e di sinistra e vince la sinistra che vuole rimettere in discussione il Fiscal Compact, non quello che vuole celebrare i fasti delle grandi coalizioni.

La “ggggente” non è poi così stupida, è la sinistra, soprattutto in Italia, che è una vera merda, è molto diverso.

Diceva Deleuze che non si tratta di avere paura o di sperare, ma di «cercare nuove armi». E questo occorre fare, nella consapevolezza che lo scontro europeo sarà violento, ma nello stesso tempo decisivo, non solo per l’Europa. Servono armi immaginative e linguistiche, serve un nuovo stile che sappia far emergere in primo piano una fitta rete di contro-poteri europei, anticapitalisti e europeisti nello stesso tempo. Non è vero, come dice Draghi, che il modello sociale europeo ha fatto il suo tempo, è vero invece che il neoliberalismo ha fallito, ovunque, e si tratta di rafforzare prototipi, esempi, ipotesi di alternativa sociale e istituzionale. So che tutti noi siamo smarriti e fatichiamo a vedere l’uscita, ma la verità è che siamo immersi in un passaggio d’epoca e la nostra sperimentazione dovrà essere prudente e paziente, perché la retta, come dice il disgraziato monito terrorista, «è per chi ha fretta». Se ascolto il mio inconscio, di questi tempi, vedo catastrofi, migrazioni, carestie e anche guerra. Ma il mio inconscio va sempre prodotto, non si tratta di interpretarlo.

Francoforte è la nostra occasione, l’occasione per cominciare a produrre il nostro inconscio, una trama immaginativa che cominci ad archiviare la violenza neoliberale che ha saccheggiato la nostra vita comune negli ultimi trent’anni. Francoforte, con le sue mobilitazioni di metà maggio, accade nel momento giusto, dopo la vittoria di Hollande, mentre la Grecia torna ad elezioni e ABC (Alfano, Bersani e Casini) vengono travolti dalle urne. Francoforte può essere la nuova Seattle, quel clinamen che ha anticipato il primo collasso della scena neoliberale (la crisi della Net Economy del marzo del 2000). A Francoforte dobbiamo andarci con le idee molto chiare: non c’è governo riformista possibile, l’unica chance per i poveri e per l’uguaglianza è che agli esiti elettorali favorevoli, e quello di Hollande è il migliore che potevamo aspettarci, si accompagnino lotte sociali robuste, una resistenza radicata territorialmente. Non abbiamo difficoltà a pensare che Hollande tradirà in buona parte il suo mandato, il problema che ci riguarda, però, è qualificare un rapporto di forza positivo con i mercati finanziari. A Francoforte dobbiamo andare portandoci bandiere europee con al centro il viso della Merkel calpestato da un divieto: desideriamo un’Europa senza Merkel, senza economia sociale di mercato, senza rigore e stabilità dei prezzi, senza dogma della concorrenza e senza privatizzazioni; desideriamo l’Europa sociale, del reddito minimo e dei beni comuni, l’Europa dove si impone la tassazione delle transazioni finanziarie e dei patrimoni, l’Europa della moneta comune (una sorta bancor europeo, alternativo all’euro, anche su questo ci ha illuminato Marazzi) e non unica, dove rinnovare la complementarietà transnazionale tra manifatturiero e terziario avanzato.

Francoforte sarà solo l’inizio, solo occupando Francoforte con i nostri corpi, sfidando divieti e polizia, solo così sarà possibile riprendere a respirare, e riconsegnare alla lotta di classe le regole del volo, quelle smarrite da tempo, quelle che ci possono aiutare a smettere di essere umani, troppo umani.

Francesco Raparelli

 

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